Non esisteva il messaggio «arrivo subito a casa»

Le serate d’estate tra i palazzi

Non esisteva il messaggio «arrivo subito a casa». C’era invece una voce che arrivava dal quarto piano, netta e familiare, e spezzava il gioco nel momento esatto in cui nessuno voleva smettere: «Sali su, che si è fatto tardi!». A quel richiamo, metà dei bambini del cortile alzava la testa per capire chi fosse stato chiamato questa volta.

Nei pomeriggi e nelle sere d’estate, lo spazio tra le palazzine diventava un campo da gioco enorme. Bastavano una palla consumata, due pietre al posto delle porte, un elastico, un gesso per la campana e pochi amici per trasformare tutto in avventura. Si giocava a calcio finché la palla non si vedeva quasi più. Si correva tra le panchine, si improvvisavano squadre sul momento, e le regole cambiavano appena qualcuno iniziava a perdere.

«Non vale! Hai pestato la linea!»

Dopo cinque minuti, però, si tornava sempre a giocare insieme, come se nulla fosse. Era un modo di litigare breve, quasi rituale, che faceva parte del divertimento tanto quanto il gioco stesso. Le ginocchia erano sbucciate, i pantaloni pieni di polvere e le mani profumavano di ferro dopo essere saliti sulle sbarre del cortile.

Non c’erano orologi al polso né notifiche sul telefono. I bambini capivano che la giornata stava finendo osservando le finestre: una dopo l’altra, le luci cominciavano ad accendersi nei palazzi. Era quello il vero segnale del tempo che passava, molto prima che qualcuno gridasse il nome dal balcone.

  • Una pallonata dopo l’altra, senza preoccuparsi di altro.
  • Una partita di nascondino prima di rientrare.
  • Un ultimo salto, un ultimo giro, un’ultima risata.

Poi arrivava la voce della mamma o del papà. «Michele!», «Giulia!», «A casa!». Per i bambini era la parte più ingiusta della giornata. Si voleva sempre restare un po’ di più: un’altra corsa, un altro gol, un ultimo giro di nascondino. Il rientro sembrava sempre arrivare troppo presto.

Solo da adulti si capisce anche l’altro lato di quelle chiamate. I genitori non sapevano esattamente dove fossi in ogni momento. Non potevano scriverti. A volte potevano soltanto affacciarsi alla finestra e sperare di vederti da qualche parte, vicino casa, ancora immerso nel gioco e al sicuro.

C’era più libertà, certo, ma anche molta meno sorveglianza di quanta molti genitori accetterebbero oggi. E forse non tutto era migliore allora. Eppure, per un’intera generazione, quella voce dal balcone è rimasta il suono che chiudeva ogni sera l’infanzia, come una campanella invisibile che segnava la fine del gioco.

E tu? Cosa gridavano tua madre o tuo padre per farti rientrare quando giocavi fuori con gli amici?

In fondo, bastava una voce dal balcone per riportare tutti a casa, e con lei finiva ogni sera un piccolo pezzo di infanzia.

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